Domani, mercoledì 23 marzo, la rock band milanese Oslavia pubblica il nuovo singolo “La Peste”. Una cover di un brano di Gaber nato nel 1974 ma che si adatta perfettamente al clima difficile che stiamo vivendo da un paio di anni a questa parte. Dopo aver visto il video ufficiale, disponibile da ieri, abbiamo incontrato il gruppo per capire la genesi di questo lavoro.

Siamo su Underground Playlist, benvenuti Oslavia! In breve: dove e quando inizia la vostra storia?

Grazie del benvenuto 🙂 Gli Oslavia sono nati ben quasi sette anni fa a Milano dall’esperienza di progetti precedenti, tutti piuttosto differenti tra loro. Abbiamo trovato un punto comune nel cosiddetto alternative rock, scrivendo brani in italiano. 

Il nuovo singolo “La peste”: una cover di Gaber. Perché?

Innanzitutto, perché Paolo, uno dei nostri chitarristi, è un grande fan di Gaber e con Eugenio (il cantante) aveva già elaborato un primo demo che ci era piaciuto molto. Poi il brano si prestava bene come metafora della pandemia, anche se il significato originario del pezzo era legato al periodo fortemente ideologizzato in cui Gaber l’aveva scritta, gli Anni ‘70. Infine, riproporre un brano di Gabera quasi 20 anni dalla sua scomparsa – e a quasi 50 dall’uscita dell’album di cui La Peste fa parte – è, non solo un’occasione per ricordare uno straordinario artista, ma anche di dimostrare quanto il suo messaggio sia ancora attuale, in una società che nel frattempo è profondamente mutata.

Un brano del 1974 che torna attuale nel 2022. In che modo?

L’album uscì in un periodo storico in cui Gaber e Luporini, nonostante la società italiana fosse ancora intrisa di tematiche ideologiche, stavano già proiettando la loro cifra artistica verso tematiche più universali: l’individuo (quasi un tabù all’epoca, in cui la collettività era quasi un obbligo), le sue nevrosi, le sue paure, la vita di coppia, il sesso, ecc., tutti temi che i due trattavano con l’ironia e il gusto del paradosso che hanno sempre contraddistinto la poetica di Gaber.

Quando l’avete registrata, che energie ha prodotto in studio? Che emozioni ha fatto nascere dentro di voi e quali vorreste che facesse nascere in chi la ascolta?

È un pezzo con un forte carico emotivo: tutti negli ultimi due anni abbiamo vissuto le sensazioni raccontate da Gaber, la paura, il “sospetto che ci sia un focolaio”, le “morti dappertutto”; successivamente è subentrata la tragica abitudine, “ci si lava, ci si veste, si va al bar, si scansano i cadaveri…” Aggiungiamo poi la teatralità dell’interpretazione e il crescendo musicale che si accompagna al testo… insomma, è una canzone scritta per coinvolgere e noi ne siamo rimasti affascinati fin dal primo demo (di quelli fatti con una batteria elettronica e registrati in casa con i nostri mezzi, per capirci). Ci auguriamo che un po’ di quest’onda emotiva arrivi anche all’ascoltatore; se poi lo porta a riflettere e a contribuire ad elaborare le emozioni vissute in questi ultimi due anni siamo ancora più contenti.

Ci saranno altri singoli dopo questo? Forse inediti?

Siamo nati come band di inediti e continueremo sicuramente su questa strada. I nostri due album precedenti (“Vicoli e altre strade” del 2017 e “Stereotipi” del 2019) sono composti da pezzi originali e tra poche settimane entreremo in studio per registrare il nostro terzo album. Ciò non toglie che ci piaccia anche ogni tanto spezzare la scaletta con alcune cover, sempre cercando di aggiungere qualcosa di nostro al brano da cui partiamo.