Marco Sirtori, voce potente e personalità da vendere, torna a pubblicare musica e questa volta lo fa approcciandosi al mondo delle cover. Sua nuova fatica è “Personal Jesus”, singolo reso disponibile nei giorni scorsi e reinterpretazione della hit firmata Depeche Mode. Abbiamo incontrato virtualmente Marco per parlarne.

UGP: Ciao Marco, benvenuto e grazie per essere qui. Partiamo col chiederti di presentarti a chi ancora non ti conosce.

Sono sia letterato, sia musicista. Come studioso mi occupo da sempre del rapporto tra parola e musica, dal madrigale rinascimentale al pop di oggi. Su questo tema ho pubblicato un volume presso l’editore Marsilio di Venezia (Lector in musica) e decine di lavori scientifici in Italia e all’estero. Come musicista ho una formazione di base classica (studio del pianoforte e di armonia, contrappunto ed orchestrazione) e una cultura molto ampia, che va dalla musica antica, al jazz, al rock, fino al pop contemporaneo. Mi sono sempre interessato a tutti i generi musicali, di nicchia o di massa, perché penso che forme di bellezza si trovino ovunque e che ci sia sempre da imparare. Credo che ci si debba dare una cultura musicale senza confini e senza pregiudizi. Alcuni amici artisti (non solo musicisti) hanno il terrore di confrontarsi con le opere degli altri, perché temono che la loro creatività ne venga inibita. Io, al contrario, son convinto che se non ascolti quanto è stato scritto nel passato ed è scritto oggi nel mondo, rischi di produrre musiche che qualcun altro ha già sperimentato. Occorre assorbire musica e musica come una spugna. Tutto quello che ascolti precipita in una specie di memoria inconscia e torna alla superficie, senza che tu te ne accorga, nel momento della creatività. In realtà creare artisticamente è sempre un re-inventare, ricombinare, rielaborare. In arte, come in natura, “nulla si crea e nulla si distrugge”. Credo poi nell’impegno quotidiano dello studio; in questi anni dove tutto sembra facile da conquistare occorre tornare a una serietà vera, a lavorare con umiltà ogni giorno. Solo così si conseguono veri e duraturi risultati. A proposito della mia formazione musicale devo aggiungere che sui vent’anni ho formato un gruppo che faceva soprattutto pop-rock italiano con un’impronta da cantautorato e col gruppo abbiamo fatto concerti, registrato musica nostra in studio per alcuni anni. In seguito ho lavorato in autonomia, soprattutto come arrangiatore, fino all’incontro con Carlo Palmas una decina di anni fa. Carlo mi ha aiutato a completare la mia formazione sul fronte delle nuove tecnologie, il che mi ha reso in grado di passare dalla composizione alla realizzazione di un brano in tutte le sue componenti, fino al mastering finale. Vocalmente devo ringraziare Maquica, interprete strepitosa e raffinata cantautrice, non solo per aver limato la mia voce negli ultimi anni con uno studio assiduo e costante, ma anche per l’aiuto nella selezione dei brani e nelle scelte compositive.

UGP: “Personal Jesus” è il tuo nuovo singolo, raccontaci perché hai scelto di reinterpretare proprio questo successo dei Depeche Mode.

Personal Jesus è uno dei brani da me più amati di sempre. Negli anni ’90 seguivo molto i Depeche. Ricordo l’emozione nell’ascoltare questo brano a un mitico concerto del gruppo anglosassone a Milano. Il pezzo è ormai un vero e proprio classico del suo tempo, ma mantiene una grande attualità, soprattutto musicalmente. Con Personal Jesusi Depeche infatti arricchivano il loro stile, aggiungendo agli ingredienti della musica elettronica altre suggestioni e così creando per ibridazione di generi diversi, cosa che piace molto fare anche a me. Il testo ha contribuito molto al successo del brano, anche se le allusioni alle dinamiche master-servantnel rapporto amoroso possono sembrare superate. In effetti oggi possiamo riascoltare il testo in un’ottica più universale: ci parla della nostra necessità profonda di legami forti, quasi simbiotici, che possono configurarsi come adorazione, come una sorta di religione personale. Ho sempre pensato che quello che conta non sia la verità dell’amore, ma la fede che noi abbiamo nell’amore, una fede che ci fa ogni volta scommettere che quanto proviamo sia profondo ed eterno; se dura la fede, dura l’amore. Ultima cosa: il brano, nella mia rielaborazione, mi pareva particolarmente adatto alla mia grana vocale, mi permetteva di giocare soprattutto con le tonalità calde e basse e con un graffiato che emerge di tratto in tratto come per produrre improvvisi bagliori sullo sfondo scuro del brano.

UGP: La tua versione di “Personal Jesus” è molto originale e seppur la canzone non perda la sua anima le hai dato una veste tutta nuova. Come sei arrivato a questo risultato?

Quando creo non programmo nulla. Seguo il mio istinto di compositore, anche se, ovviamente, come dicevo prima, alle spalle c’è un’inesausta ricerca formale vissuta in maniera molto consapevole. Quando creo mi lascio andare all’emozione che provo ascoltando un brano, parto da un’immagine, da un colore, da un storia o da un’atmosfera. È chiaro che in questo pezzo sono entrate tutte o gran parte delle componenti del mio mondo musicale. Sono partito dall’idea di una base ritmica swing (un’ombra ne è rimasta nella linea melodica del basso) e su questa ho lasciato fluire un intreccio armonico anche complesso, devo ammetterlo, affidato agli archi e agli altri strumenti orchestrali, dal flauto alla tromba. Il tutto contrappuntato dagli interventi più aggressivi delle chitarre elettriche (c’è dunque anche un’anima rock in me) e da una ritmica, a tratti scarna, di tipo tribale. La mia paletta musicale è sempre molto ampia: non rinuncio a nessun colore per ottenere l’impasto timbrico che ho in mente. Prima di arrivare alla chiusura del pezzo, come faccio sempre, l’ho fatto ascoltare e riascoltare ad amici, musicisti professionisti ma anche persone senza preparazione musicale. Molto spesso le loro reazioni o i loro consigli mi spingono a rimaneggiare il brano, anche profondamente. Alla fase dell’istinto musicale segue sempre una lunga rielaborazione. Quando compongo infatti lo faccio pensando che il brano sia l’ultimo che mai scriverò, una specie di summa che non sarò in grado di superare. Poi, invece, passa qualche giorno e la curiosità, il desiderio di confrontarsi col nuovo riemergono e mi spingono oltre.

UGP: In questo periodo storico molti artisti decidono di pubblicare delle cover piuttosto che puntare a brani originali. Complice forse i talent (X Factor su tutti). La tua è stata una scelta strategica?

Sono convinto che passare per la tradizione (e ormai i Depeche sono tradizione) sia fondamentale per elaborare uno stile personale e consapevole. Il lavoro sui Depeche, così come su altre cover, più che da una scelta strategica nasceda un percorso che, credo, abbia una sua coerenza. Come musicista sono soprattutto un arrangiatore: da qui il desiderio di sperimentare, con creatività, tecniche compositive nuove, sfruttando tutti gli strumenti offerti dalla tecnologia di oggi (ho esplorato centinaia di banche suoni per comporre la base di Personal Jesus). Punto di partenza è stato l’amore per questo brano e per gli altri che hanno contribuito molto alla mia formazione musicale. Riscriverli, riadattarli alla mia voce per farne un’opera tutta mia è stato un assillo creativo. Lungi da me ‘competere’ con l’originale. Credo che all’ascolto sia evidente che ne ho voluto fare soprattutto qualcosa di personale, facendovi rientrare tutto quanto appartiene al mio mondo musicale, dalla musica antica al pop. È chiaro che non mi fermo qui: ho già in mente un lavoro tutto di inediti.

UGP: Cosa succederà nei prossimi mesi? Hai già altri brani pronti per essere pubblicati?

Da qui a dicembre uscirà un nuovo singolo e poi l’album che sto rifinendo (mancano davvero solo gli ultimissimi ritocchi). Poi partirà la campagna di promozione del disco e, spero, qualche concerto, sempre che la situazione sanitaria lo permetta. L’album conterrà altre dieci cover italiane e straniere degli ultimi venti-trent’anni con un’impronta decisamente internazionale. Sono a metà guado, poi, con un altro mini album che sarà dedicato alla musica italiana degli anni sessanta, agli splendidi cantautori come Umberto Bindi, Luigi Tenco, Pino Donaggio, autori che hanno fatto il “Rinascimento musicale” della canzone italiana con risultati che oggi ci scordiamo, con bei testi e bella musica. L’uscita di questo mini album è prevista per la fine del 2022. Poi riprenderò in mano una serie di miei brani inediti in vista di un terzo album che è già abbozzato. E poi, chissà…

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