Reduce dalla pubblicazione del singolo “Rotte mediterranee”, del quale vi abbiamo parlato qui, il trio formato dai fuoriclasse Falomi, Turchet e Trabucco ci ha concesso una lunga ed interessante chiacchierata per parlarci della loro musica, del jazz in Italia e di altro ancora. Buona lettura!

UGP: Ciao! Partiamo da voi. Quando si conoscono Luca Falomi, Alessandro Turchet e Max Trabucco?

Ciao! Il progetto ha preso vita da una collaborazione tra me (Luca Falomi) e Max Trabucco. Ci siamo conosciuti “virtualmente” due o tre anni fa, ascoltando i nostri lavori sul web e durante il lockdown 2020 abbiamo deciso di suonare insieme anche se a distanza un brano di Egberto Gismonti, che abbiamo poi pubblicato su YouTube. Da lì la voglia di conoscerci di persona e suonare insieme dal vivo. L’occasione è arrivata nel luglio 2020 per il festival Sile Jazz dove ci siamo esibiti coinvolgendo Alessandro Turchet, che entrambi conoscevamo e stimavamo. Con una giornata di prove abbiamo assemblato un repertorio di brani originali e il concerto è stato molto bello e con un forte interplay tra di noi. Questo ci ha spinti a pensare un progetto originale da portare avanti insieme. I lunghi mesi di inattività live ci hanno permesso di scrivere materiale nuovo e organizzare varie sessioni di prove in cui abbiamo messo a punto l’intero album che abbiamo registrato nel maggio 2021 nel prestigioso studio Artesuono di Udine, per l’etichetta Abeat. 

UGP: Da questa unione nasce un trio che ha da poco pubblicato il singolo “Rotte mediterranee”. Quale scintilla ne ha acceso il processo creativo?

Rotte Mediterranee è nato da una bellissima idea melodica che Max mi ha proposto di completare a quattro mani. Quando è “arrivato” questo brano, il concept generale dell’album era già piuttosto chiaro e Max ha saputo creare una linea melodica evocativa ma al tempo stesso semplice e cantabile. Sentendola è stato facile ampliarla e completarla con le mie idee, che andavano assolutamente nella stessa direzione. Musicalmente è uno dei brani più rappresentativi dell’album, in quanto incorpora elementi chiave del nostro progetto: temi evocativi, spazio improvvisativo, attenzione alle sonorità e arrangiamenti molto curati. 

UGP: Sappiamo che con questo progetto volete raccontare storie che si nascondo nei riflessi del Mediterraneo. Quale storia racconta, quindi, questo brano?

È difficile dire quale storia racconta. Ciascun ascoltatore può trovare la sua e questo è il bello della musica strumentale, che offre spunti, melodie e atmosfere senza esplicitare  testi, lasciando aperte le porte all’immaginazione e alla sensibilità di chi ascolta. Con questo album raccontiamo le nostre storie, i nostri pensieri i nostri desideri di  viaggi, luoghi da visitare esistenti e fantastici. Mai come ora c’è bisogno di viaggiare, condividere e sognare. Rotte mediterranee è, in un certo senso, un viaggio onirico fuori del tempo e dallo spazio.

UGP: Non possiamo non citare la partecipazione di Daniele di Bonaventura e del suo bandoneon. Come è stato lavorare con lui?

Daniele Di Bonaventura è un artista che stimiamo molto e seguiamo da tempo. Il suo strumento ha sonorità interessantissime e il suo modo di suonarlo riesce a incorporare tradizione e innovazione, in quanto il suo approccio è molto personale e creativo. Nessuno di noi aveva ancora avuto occasione di collaborare con lui e abbiamo pensato di contattarlo perché, vista la natura così evocativa del progetto, ci sembrava il contesto giusto in cui coinvolgerlo e conoscerci musicalmente. Con la massima naturalezza, in studio, ci siamo trovati in grande sintonia. Le sonorità “antiche” del bandoneon, utilizzate in una chiave moderna e raffinata hanno reso il brano davvero speciale. Siamo molto grati a Daniele per aver ampliato la tavolozza di colori del nostro album.

UGP: Per questo progetto state lavorando con Abeat Records. In un periodo storico nel quale sembra che avere una label non sia fondamentale, per voi quanto è importante il supporto di una buona label? 

La discografia, nell’ultimo ventennio, ha subito un tracollo davvero terribile. Le vendite di album si sono ridotte in modo esponenziale e di conseguenza tutti gli indotti relativi a questo mercato. L’esigenza degli artisti, però, rimane sempre quella di registrare e diffondere la propria musica e in questo senso esistono ancora delle label virtuose che sostengono gli artisti e cercano con loro modi per diffondere al meglio la loro musica. Abeat, nella persona di Mario Caccia, è una di queste è il suo apporto è stato fondamentale.

UGP: Per concludere: in cosa sarete impegnati nei prossimi mesi?

Stiamo pianificando dei concerti di presentazione e promozione del nostro album, anche se l’incertezza circa le regole per la riapertura dei club e dei teatri non rende le cose semplici. Quest’estate siamo stati ospiti di tre festival molto belli: Sile Jazz a Jesolo, Jazzaltro a Olgiate Olona e Jazz per le terre del sisma, a L’Aquila (in favore delle terre colpite dal terremoto del 2009). Abbiamo scaldato i motori e siamo impazienti di tornare di nuovo sul palco insieme.. quindi incrociamo le dita, sperando che la vita culturale del nostro paese possa riprendere anche al chiuso, nei prossimi mesi. 

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