Papa Fral, conosciuto come il Jungle King, pubblica il nuovo singolo “Downton”. Un pezzone dancehall che catapulta l’artista romano nella scena urban nazionale, abbattendo le barriere dei generi a colpi di flow e beat. Abbiamo intervistato il rude boy ed ecco il suo racconto.

UGP: Ciao! Viaggiamo indietro nel tempo: come e quando nasce Papa Fral  e com’è successo che hai deciso di fare musica?

Diciamo che sono rinato ufficialmente come Papa Fral tre anni fa grazie a MitragliaRec, ma che già esistevo da tempo.
Artisticamente parlando, sono nato come B Boy nell’ambiente prettamente Rap che anni fa caratterizzava la zona di Ostia e più in generale Roma Sud. Ci ho messo veramente poco a capire che la break dance per me non era sufficiente e che volevo essere io far ballare la gente. Sono nato così da un giorno a un altro come un fungo. Da lì è cambiato tutto, da lì ho capito quello che volevo dalla vita.

UGP: Hai capito subito che la dancehall era il tuo genere? Sembri nato per questo.

Se intendiamo la dancehall come genere musicale no, decisamente no. Come dicevo prima sono stato battezzato nel nome dell’Hip Hop e solo successivamente mi sono aperto a quasi tutti gli altri generi. Per assurdo la dancehall (come genere) è un amore abbastanza recente, che però mi ha decisamente influenzato.
Se invece consideriamo la dancehall come luogo allora si, l’ho capito subito.
Nella mia Dancehall c’è spazio per Afrobeat, Trap, Reggae, Rap, Pop e molti altri generi che amo, quindi dipende cosa si intende quando si dice ‘Dancehall’.
Sono nato nella dancehall? No.
Sono nato per la dancehall? Molto probabilmente sì…

UGP: Torniamo ad oggi: Downtown è il tuo nuovo singolo che ti catapulta fuori dalla jungle e dentro la scena italiana, da protagonista. Parlaci in modo approfondito di come è stato lavorare alla traccia.

In realtà c’è poco da dire. Downtown è nata da sola come un fiore in un periodo di m***a.
Per giorni ho continuato a ripetere nella mia testa una serie di parole chiave che avrei voluto registrare, volevo parlare di alcune situazioni personali con un’altro sound ed è successo tutto naturalmente.
Il giorno in cui ho iniziato a lavorare a ‘Downtown’ con The Eve è stato assurdo. In meno di un’ora (The Eve) era già riuscito a creare una bozza completa del beat, probabilmente il beat perfetto per la situazione, con pochi strumenti e note posizionati perfettamente. Decisamente bad.
Nel giro di un’ora ho finito di registrare le strofe, alcune scritte al momento, altre in freestyle e il ritornello è uscito da solo dalle ultime barre della seconda strofa, tutto in maniera estremamente naturale.
Ci è voluta meno di una mattinata dal punto zero al mix finale di ‘Downtown’, perché già sapevamo quale sarebbe stato il risultato. Siamo tutti e due molto soddisfatti.

UGP: Nel brano quello che più ci ha colpito è il tuo flow. Come sei arrivato a questo stile così particolare?

Senza dubbio nasce da anni di ballo e ascolto di buona musica.
Ormai mi rendo conto del fatto che il mio flow appartenga contemporaneamente al rap, al raggamuffin, al rub-a-dub, alla trap, all’afrobeat e altre sonorità che ho ascoltato e che continuo ad ascoltare tutt’ora.
Voglio seguire la mia identità, che rimanga la stessa su qualsiasi miscela di generi e il mio flow è la mia firma dai tempi delle prime battle di freestyle.
Datemi un riddim reggae, datemi un beat trap, sarò sempre io.

UGP: Chi reputi validi artisti dancehall italiani da seguire? 

Che domanda scomoda!
Sicuramente ci sono poche leve della mia generazione da quel che vedo e ovviamente Brusco comanda ancora la scena, soprattutto dopo l’album rivoluzionario che ha tirato fuori. Poi senza dubbio Sud Sound System, che secondo me ancora mantengono intatto il sound old school della dancehall giamaicana e italiana del sud. Questo parlando di dancehall come genere musicale.
Se dovessi includere tutti quelli che secondo me appartengono al mondo dancehall senza saperlo finirei domani…

UGP: Si parla di aperture di locali e prime possibilità di live. Com’è Papa Fral sul palco?

Sul palco sono un’altra persona, è come se entrassi in un ring. Ci sono stati amici di una vita che hanno detto di non riuscire a  riconoscermi sul palco e questo per me è ovvio. Faccio questo perché il mio obiettivo è il palco, che per me rappresenta sempre il  momento di contatto autentico con il pubblico e la gente che mi sostiene, è normale che venga fuori la mia vera anima!
Oltretutto essendo stato battezzato con i contest di breaking e freestyle salgo sul palco con la stessa idea di battle, pronto a lottare. La differenza è che ora mi sfido da solo in pratica e la cosa mi affascina sempre di più.

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